Massimizzare verso la fine
In questo momento sto seguendo i ciclisti su The Grand Escape Italy/Slovenia, che non si chiama Friuli/Slovenia solo perché a malapena i veneti sanno dove sta il Friuli.
È un giro di 600 km che parte da Udine e, ad anello, entra in Slovenia, toccando tutti i posti che amo di più di queste due regioni geografiche.
Le attraverso in bici ormai da decenni, e da 4 anni ci porto centinaia di persone: ho quindi avuto la possibilità di vederle evolvere.
Stando in giro per più giorni, l’algoritmo di Instagram ha virato e ha iniziato a mostrarmi sempre più video di influencer di passaggio friulano. Posti spettacolari qua, posti incredibili là. Posti che semplicemente iniziano a essere presi d’assalto dalla gente espulsa da luoghi simili, in cui gli “operatori economici” hanno alzato i prezzi per avere più margini (sulle spalle di tutto il resto).
I content creator giocano un gioco semplice: portare il massimo “valore” agli utenti per ricevere in cambio numeri, che poi scambiano come valore con le aziende che gli danno soldi per fare X cose. È quindi un mercato dell’informazione.
Ora che con i chatbot tutti si preparano la vacanza (per favore non farlo per i viaggi in bici, che finisci a ramengo), la chicca, la piccola cosa, aumenta di valore per gli utenti perché è una risorsa scarsa, non facilmente recuperabile.
Certo, finché non viene messa in circolazione.
E qui, vabbè, potrai pensare: sticazzi, la solita tirata sugli influencer che rovinano i posti.
Ma secondo me il problema (perché lo è, un problema) è che dietro a questo c’è un sistema di promozione turistica calibrato su parametri degli anni ‘80, sui film di Boldi e De Sica, sulle settimane bianche.
E non è il mio livore da friulano. Mauro Varotto lo spiega bene: la montagna (ma puoi metterci qualsiasi luogo) "incontaminata" non esiste e non è mai esistita, ogni versante che ti sembra selvaggio l'hanno costruito secoli di pastori e contadini. Quella che ci hanno venduto, la vetta epica e la wilderness intatta, è un'invenzione recente, roba di città, di fine Ottocento. Non è la montagna. È un'idea di montagna, comoda da mettere su una brochure. E gli enti del turismo continuano a vendere quella.
È la volontà di massimizzare il ritorno sugli investimenti turistici e quindi di svendere i luoghi. Una volontà dettata da una logica di consenso becero, com’è ormai l’opinione pubblica (mai noi, ovviamente, che siamo baciati dalla luce della ragione).
Più gente nei posti → più soldi → meglio
Non c’è spazio per l’analisi delle ricadute sociali, del costo della vita, del fatto che la terra è di chi la calpesta prima di chi la fotografa.
I manager hanno bisogno di un Excel che mostri che hanno fatto bene. I politici hanno bisogno di un numero per far uscire un comunicato stampa e dire che tutto va bene, che va meglio.
E quali sono le iniziative per arrivare a questo? Asfaltiamo fino alla porta del rifugio di montagna. Facciamo il parcheggio davanti ai laghi alpini. Usiamo ogni singolo angolo bello per far venire più gente possibile. Perché la finestra temporale per farli venire è quella delle ferie, e siamo in competizione con Venezia, con le altre città, con tutto. E quindi c’è bisogno di massimizzare.
E quindi l’Italia diventa un insieme di luoghi di cui fare uso, in cui gli americani possono venire a vivere il mese italiano, in cui chiunque può prendere una fetta di vita locale lucidata a puntino, edulcorata al massimo, e farne esperienza. I luoghi diventano divertissement e basta. E nel frattempo si modificano, cambiano, si reinventano per mangarci sopra. Per questo il bikepacking unsupported è l’unica forma di turismo veramente sostenibile. Passi, ti adatti, e non ti va bene ti attacchi.
È tutto un meccanismo di svendita dell’orizzonte antropologico di tutti i “residenti”. Prendere una vita fatta di affetti per i luoghi, di storie condivise, e appiattirla per darla in pasto a chiunque passi di là.
I luoghi sono diventati totem masticabili, e non mi scorderò mai il momento in cui l’ho capito: nel mezzo dell’Islanda, due bus pieni di turisti che guadano un fiume per ritrovarsi davanti a una cascata.
E non venite a raccontarmi che tutti devono poter vedere tutto.
Ma lo sentite, il caldo di questi giorni? Da dove viene, se non dal “tutti devono poter avere tutto”?
È il prodotto finale della mischianza tra performer e spettatore, in cui tutti dal palcoscenico del nostro profilo dobbiamo mostrare, esibirci, comunicare. Un circolo vizioso basato sulla leva più potente di tutte: il nostro bisogno di validazione esterna.
[ Ne avevo parlato dal vivo qui due anni fa]
Insomma: la prossima volta che vedi un geotag o delle coordinate sotto a un post, accendi un cero immaginario per quel posto. È finito nel tritacarne del monouso, per alimentare un cerchio che si autoalimenta di propaganda, di soldi minimi e di numeri sullo schermo.
Fine della tirata!

